LE RIVE,5-1999

UN MESTIERE PREZIOSO

di Lino Cerutti e Vittoria Sincero

 

A fianco della storica oreficieria di Ornavasso, all'uscita del paese verso Domodossola, lungo la statale del Sempione, nel Dorf, il cuore dell'insediamento walser, Alessia Oliva ha avviato un laboratorio con locale di vendita della sua produzione artistica in oro. La doppia porta di accesso immette, da un corto slargo che dà sulla strada, in una piccola stanza con due vetrinette chiuse, contenente ognuna un gioiello, una piccola scrivania e la cassaforte a delimitare gli accessi alle due stanze laterali: il laboratorio e lo studio. Ad accogliere il visitatore (acquirente o curioso) è sempre lei, la proprietaria, sorridente e dispo nibile a dare informazioni e notizie sugli oggetti in mostra e proposti dalla sua bottega. Con questo nome la bottega quanto mai comune, che ricorda ancora il negozio del paese, Alessia Oliva ha voluto definire il luogo dove esercita la sua attività artistica e artigianale.

In parte, a suggerire il nome è stato il suo maestro di scultura, Mario Molteni (scomparso nello scorso mese di ottobre). Voleva con quella intito lazione richiamare l'antico significato di labora torio, officina dell'artigiano, luogo di lavoro fatto con idee e arnesi del mestiere. Artista indocile e uomo d'altri tempi, Mario Molteni che aveva "assimilato il mestiere" par tendo da garzone di bottega, per questa sua ultima allieva, il maestro o capo, come lo chiama vano con affetto gli allievi nello studio-laboratorio di Candoglia, aveva adottato un metodo didattico assai efficace anche se inconsueto. Mai correzioni o interventi diretti a modificare il lavoro della ragazza, ma suggerimenti, richiami, sottolineature. La frequentazione dello studio di Molteni cominciò quasi per sfida, nell'estate 1992, ricorda Alessia. Il padre l'accompagnò a conoscere il professore - era docente di scultura all'Accademia Brera di Milano - per avere un consiglio, un indirizzo per avviare la figlia, dichiarata matura al liceo classico, ad una scuola o altro che assecondasse il desiderio della ragazza di occuparsi di arte orafa. La meta era ben chiara, ma la strada da seguire no. Il professore si accollò il compito di studiarla per un mese per capire se c'era predisposizione per intraprendere una professione che richiedeva studio e manualità.

”Tra un mese verrò a trovarla aveva detto al papà a bere un caffè e le dirò il mio parere”. Alessia ricorda ancora l'impegno e l'ansia di quel mese trascorso a lavorare con entusiasmo e apprensione per il giudizio di fine prova. Si sforzava ad apprendere, "a rubare il mestiere", come diceva il maestro, solito a ripetere che l'al lievo deve ”stare appollaiato sulla spalla del maestro".

E venne il fatidico giorno ”del caffè". Il professore andò a far visita alla famiglia Oliva ed ai genitori espresse un giudizio ampiamente positivo: la ragazza dimostrava predisposizione e capacità. Continuò a frequentare il laboratorio di Candoglia, seguendo il suo consiglio, e lì scoprì con sorpresa (e sgomento) di non sapere disegnare, anche se aveva grande dimestichezza con la matita, almeno così riteneva.

Dopo un buon lavoro con il disegno, l'allieva incominciò a modellare con la plastilina ed a riflettere sulla creatività e storia dell'arte, argomenti che il maestro trattava in modo spontaneo, assolutamente al di fuori di ogni schema scolastico.

Dopo un anno di intenso lavoro formativo di studio e di laboratorio artistico, la giovane incomin ciò il vero e proprio apprendistato del mestiere dell'orafo. Presso un artigiano di Mede Lomellina imparò a preparare un modello, a fondere il metallo, a tirare di lima per rifinire l'oggetto affinché diventi un gioiello.

Per cinque anni alternò tre giorni alla settimana ad apprendere il mestiere, alle prese con il crogiuolo e i problemi della fusione, ed altrettanti ad affinare l'arte del disegnare, del modellare, del progettare nuovi oggetti.

Un tirocinio intenso, una gavetta impegnativa, questo andare a bottega per scoprire che solo nell'impegno e fatica trovi la fantasia e la capacità di realizzare un'idea, una emozione.

La bottega di Alessia conserva questa divisione del lavoro artistico: un ambiente per pensare e progettare, un altro per realizzare, dove accanto alle lime c'è pure un fornelletto per metterci su il bricco del caffè in un momento di relax o per intrattenere con amicizia un visitatore.

Non si può entrare in questo inconsueto negozio solo per comprare. Subito si è catturati daldesiderio di vedere, di farsi spiegare gli oggettidi questa strana produzione: ”sculture in oro che si possono portare", per mutuare una definizione sui gioielli dell'artista. Nella presentazione alla prima mostra (Sculture da indossare, Studio d'arte Lanza,Verbania 1996) si definivano i gioielli di Alessia ”vere e proprie sculture da corpo”. Non si cerchi in questi gioielli legami, fogge, riproduzioni della realtà. La suggestione dell'oggetto sono le forme astratte, la composizione dei volumi, il gioco degli spazi vuoti, creati per dare leggerezza, respiro al gioiello.

Di fronte aquesti oggetti, molti desistono dal cercare di comprendere l'intimo significato voluto dall'artista. Eppure basterebbe riflettere sui tanti significati che può avere anche un gioiello molto comune: l'anello (unione tra persone: fede nuziale; significanza trascendentale: anello ecclesiastico; portafortuna o di bellezza: l'infinita gamma di simile produzione) per convincersi che l’arte, la creatività, il lavoro eseguito con professionalità sono caratteristiche della produzione. Gli anelli di Alessia hanno tutti doppia denominazione: anello-ciondolo, -monumentale, -gruviera, -ragnatela, -pizzo. Una utile indicazione per orientare chi s’avvicina a questi oggetti.

Per meglio determinare il carattere di questa produzione, si può quantificare anche il suo valore commerciale che è stabilito non tanto dalla quantità di materia prima come nella oreficeria classica, quanto dall'apporto dell'opera dell'artista (creatività e manualità realizzativa).

Il testo critico della seconda mostra di Alessia (Idee nell’oro, Galleria Excalibur, Stresa, dicem-bre 1998) ben precisa il carattere artistico della produzione: "Invenzioni nell’oro e nell'argento, forme uniche, realizzate con la paziente tecnica della cera persa, non rappresentano solo dei pezzi di bravura, tecnicamente ineccepibili, bensì la concretizzazione di idee plastiche, che potrebbero coerentemente essere sviluppate anche in scultura".

Si potrebbe dire anche: sculture dinamiche, nel senso che si muovono sul e con il corpo di chi le porta.

L'idea, la creatività dell'artista si materializzano attraverso la manualità dell'artigiano. Un binomio classico che in questa artista trovano compiuta espressione. Per arrivare a sviluppare questa sintesi produttiva, l'impegno è costante: otto-nove ore di lavoro al giorno. Un po’ al tavolo da disegno e altrettanto al banco nel laboratorio. La caparbietà lavorativa ha consentito di superare le cento opere prodotte. Un bel risultato per una giovane di ventisette anni.

 

 

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