Alessia Oliva: forma e pensiero

di Paolo Campiglio

 

"Una cosa credo di sentire con certezza: che soggettivamente, concepisco la materia come luogo di tutte le trasformazioni. E anche il luogo dove l'insonnia fa si che non si creino simulacri e le impronte sono sicuramente delle necessità".

(Nanni Valentini)

 

Quando nel 1957 alcuni artisti organizzarono la Mostra dell'oreficeria alla Triennale di Milano la sorpresa fu grande, e si trattò di una vera rivelazione: per la prima volta nella sede che ospitava le opere dei maggiori architetti, artisti e designer, erano esposti al pubblico le opere create da alcuni pittori e scultori dedicatisi spontaneamente all'arte orata. Fu chiaro subito a tutti che l'idea tradizionale del gioiello era stata definitivamente superata. Tra gli artisti organizzatori dell'iniziativa erano Arnaldo e Giò Pomodoro, due maestri in questo campo, quando ancora lavoravano in coppia, che figurano tra gli espositori insieme ad autori più noti come Gianni Dova, Enrico Baj, Giacomo Peverelli, Ettore Sottsass ed Emilio Scanavino.

 Più che di gioielli si trattava di invenzioni nell'oro e nell'argento, di forme uniche, di oggetti che riproponevano le composizioni astratte esperite in pittura o in scultura da ciascun artista, nella convinzione che anche il gioiello fosse una piccola scultura, da osservare da tutti i punti di vista, o una pittura tridimensionale da poter indossare con eleganza. Fu l'inizio del gioiello "astratto contemporaneo in Italia, finalmente liberato da ormai triti riferimenti alla natura e rinnovato nel patrimonio inventivo, ma soprattutto una presa di coscienza da parte degli artisti che la creazione di oggetti di alto valore estetico poteva servire, più di una mostra personale in una galleria o una mostra all'aperto di scultura, a scalfire una mentalità ostile al nuovo e refrattaria all'arte contemporanea.

Il gioiello è qualcosa di stranamente personale che ognuno di noi mette in mostra, diffondendone implicitamente il rinnovato patrimonio formale, Sembrerebbe un paradosso, ma la battaglia che hanno dovuto sostenere tanti artisti in passato per affermare le proprie idee non è differente da quella che ancora oggi i giovani si trovano a combattere, si può dire quotidianamente, per esprimere in libertà il loro pensiero.

In una cultura diffusamente dominata da stereotipi e da nozioni imposte da altri in un retroterra ancora refrattario all'arte contemporanea, nonostante la prossimità al Duemila, l'impegno fervido di Alessia Oliva prima nella scultura, poi nell'arte orafa, rappresenta senza dubbio il desiderio intimo di affermare la propria fede nelle idee. I suoi riferimenti culturali sono grandi artisti del secondo dopoguerra come Fontana, con i tipici fori operati sulla superficie, Melotti, nella fragilità di qualche cifra, lo stesso Arnaldo Pomodoro, di cui in particolare l'artista ha studiato alcuni espedienti formali; ma tutti questi spunti sono filtrali da una particolare sensibilità alla forma esercitata nel corso del suo importante apprendistato presso lo scultore Molteni.

Tale graduale presa di coscienza della torma si è sviluppata su una base culturale fortunata, di studi classici e di antica tradizione orafa, perfezionandosi negli anni. Sicché i suoi gioielli dalle forme complesse e intricate, realizzati con la paziente tecnica della cera persa, non rappresentano solo pezzi di bravura, tecnicamente ineccepibili, bensì la concretizzazione di idee plastiche che potrebbero coerentemente essere sviluppate anche in scultura. Oliva parla infatti di sculture da indossare, di concetti plastici a cui ognuno di noi può affezionarsi e in cui possiamo scoprire le forme che crediamo.

Ed io aggiungerei che si tratta di idee anzitutto, di concetti che l'artista sente come urgenze espressive incoercibili: la progettazione avviene infatti sempre sulla carta, che è il luogo delle idee per eccellenza, ed è come se già in questa fase Oliva intuisse l'andamento dei volumi, i giochi dei pieni e dei vuoti, ne seguisse con un movimento del tutto libero i percorsi nello spazio. Si tratta sovente di forme organiche, ispirate al mondo naturale, debitamente vagliate e sintetizzate nel pensiero, non di armonie voluta-mente banali: forme stridenti, incastri, a volte solo di pura invenzione fantastica, composizioni di motivi mai uguali a se stessi, suggestioni geometrizzanti o rettilinee.

L'idea è subito tradotta in forma e, nel passafili dalla carta alla materia vera e propria, si precisa, differenziandosi a volte, poiché in questo momento cruciale entrano in gioco i termini più concretamente scultorei e specificamente orafi. L'esito è un universo fantastico di idee nell'oro, peculiari accostamenti cromatici di oro bianco e giallo, dove la materia si sposa ai preziosi diamanti, ai rubini, in felici determinazioni di peso, di leggerezza, in ritmi scanditi dalla tensione astratta di un riflesso o uno splendore improvviso di un diamante.

Ma il cerchio si chiude quando finalmente possiamo indossare il gioiello, affezionandoci all'estetica della forma, poiché solo in quel momento l'oggetto torna ad essere un' idea, questa volta tutta nostra.

 

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